Delitto del trapano, 29 anni dopo, grazie a nuovi esami del Dna, indagato un carrozziere di Marassi

L’uomo, un incensurato che all’epoca dell’omicidio aveva circa 35 anni e secondo gli investigatori sarebbe ludopatico, è accusato di omicidio aggravato dalla crudeltà. Il pm aveva chiesto la custodia cautelare, ma per il giudice, dopo tanti anni, non esistono i requisiti: rischio di fuga, di inquinamento delle prove o reiterazione del reato. Il movente sarebbe stata la rapina

Sono passati 29 anni dalla notte del 5 settembre del 1995, quando Maria Luigia Borrelli (che esercitava la prostituzione col nome di Antonella in un basso di vico Indoratori, nel centro storico), era stata ferita e lasciata lì a morire. Il corpo presentava denti spezzati, ecchimosi e un trapano, prima utilizzato per infliggere 15 ferite sul torace e sul collo, conficcato in gola. L’attrezzo era diventato il macabro simbolo del delitto. Le ferite riportate, sebbene gravi, non erano state immediatamente mortali e la donna era deceduta dopo una lunga agonia, senza riuscire a chiedere aiuto.

Ieri sono scattate le perquisizioni nella casa del nuovo sospettato dopo che negli anni si sono succeduti diversi soggetti nel mirino degli inquirenti, tutti poi riconosciuti non coinvolti nell’efferato delitto. Grazie alle nuove indagini e ai nuovi esami del Dna, la pm Patrizia Petruzziello, che coordina le indagini di Squadra Mobile e Guardia di Finanza, ha presentato appello al tribunale del Riesame. Aveva chiesto la custodia cautelare, ma la richiesta è stata rigettata dal giudice Alberto Lippini. L’udienza sarà il 23 settembre prossimo.
Maria Luigia Borrelli aveva 42 anni quando era stata uccisa. Era nata negli anni ’50 a Iglesias, in Sardegna, e alla fine anni ’70 si era trasferita a Genova, dove aveva lavorato come infermiera presso l’ospedale San Martino. In città aveva conosciuto Mario Arnaldo Andreini, con cui aveva avuto due figli. Verso la fine degli anni ’80, Andreini aevva cercato di avviare un bar nel quartiere dove Luigia lavorava, ma per farlo si era indebitato pesantemente con degli usurai. Nel 1990, Andreini era morto improvvisamente di infarto, lasciando alla moglie il peso di un debito di cui era ignara.
Sotto la minaccia degli usurai, nel 1992 Luigia era stata costretta a lasciare il suo lavoro da infermiera perché lo stipendio non bastava a soddisfare le richieste di denaro degli usurai e aveva cominciato a prostituirsi per ripagare il debito. Aveva affittato un basso in vico degli Indoratori e lì riceveva i clienti. Nonostante le difficoltà, era riuscita a crearsi un giro di clienti stabile, pagando il debito e l’affitto, ma attirando l’inimicizia di altre prostitute.
Il 5 settembre 1995, “Antonella” era stata vista per l’ultima volta in vita durante un pranzo in una pizzeria vicino al suo locale. La mattina successiva, la figlia Francesca, preoccupata per la sua assenza, aveva chiesto a una conoscente, Adriana Fravega, di controllare il locale di vico degli Indoratori. Alle 8:30, grazie all’intervento dei Carabinieri, era stato ritrovato il cadavere di Luigia, in un ambiente messo a soqquadro dopo una violenta colluttazione.
Il primo sospettato era stato il figlio di Luigia, Roberto, un giovane con precedenti violenti nei confronti della madre e legami con la malavita. Tuttavia, non erano emerse prove a suo carico e fu rilasciato. L’11 settembre 1995, l’attenzione degli inquirenti si era spostata su Ottavio Salis, un elettricista che stava ristrutturando il locale della vittima: suo il trapano usato per l’omicidio. Salis si era contraddetto più volte durante gli interrogatori e aveva graffi sulle braccia. Si uccise poco prima che arrivassero i risultati dell’esame del Dna che l’avrebbero scagionato: il 14 settembre si era ucciso lanciandosi dalla sopraelevata.
Le indagini si erano concentrate sul mondo della prostituzione e del traffico di droga, ma senza risultati concreti. Il 25 marzo 1996, un’altra morte aveva gettato ombre sul caso: Adriana Fravega era stata trovata morta, apparentemente suicida, forse perché a conoscenza di informazioni chiave sull’omicidio.
Nonostante il coinvolgimento di diversi sospetti, incluso il serial killer Donato Bilancia (che aveva negato ogni implicazione pur non avendo avuto difficoltà a confessare anche omicidi che gli inquirenti non gli avevano attribuito) il colpevole non era mai stato identificato. Nel 2004, una lettera anonima firmata dal presunto assassino aveva riacceso brevemente le speranze di risolvere il caso, ma non aveva portato a risultati concreti.
Anni dopo, il figlio di Luigia, Roberto, afflitto da gravi problemi psicologici e dal peso delle perdite familiari, si era tolto la vita. Era il 2014.
Nel 2023 l’inchiesta si era spostata su un medico che era stato primario al San Martino ed era ormai morto da tempo. La figlia di un’ex collega infermiera della Borrelli aveva riferito che la madre aveva raccontato come nei giorni successivi al delitto l’uomo fosse andato al lavoro pieno di lividi e graffi. Sarebbe stato un cliente della prostituta uccisa e da lei sarebbe stato ricattato. Anche in quel caso, l’esame del Dna aveva scagionato il sospettato di turno.
Ora, grazie a nuove analisi del Dna, nel mirino c’è un carrozziere genovese di 65 anni. La sua abitazione è stata perquisita e gli è stato consegnato un avviso di garanzia. È accusato, appunto, di omicidio aggravato dalla crudeltà e di rapina.


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